IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO

Se vuoi diventare un bravo archeologo, devi uscire dalla biblioteca!

(Indiana Jones)

Nell’immaginario collettivo Indiana Jones rappresenta l’Archeologo per antonomasia.

“Ma che fa un archeologo nella vita reale?”

“Attende …”

Questa risposta è provocatoria e l’ho data perché, purtroppo, sembra un destino ormai segnato per un archeologo quello di dover aspettare un tempo indefinitamente lungo per poter trovare un’occupazione nel suo ambito, spesso con scarse probabilità di successo.

Nel tempo dell’attesa, la sua unica possibilità è trovare un qualsiasi altro lavoro, per nulla attinente con quello che ha studiato (per esempio in una nota catena di fast food o in un supermercato). Nulla di male, in realtà. Anzi, è assolutamente ammirevole che una persona laureata non pecchi di presunzione per il suo titolo di studio ed è onorevole da parte sua la capacità di adattarsi a mo’ di “camaleonte” a quelle che sono le esigenze sociali e le situazioni attuali dal punto di vista lavorativo. Ogni lavoro è nobile ed il lavoro, sempre che non sia “sfruttamento”, è la linfa della vita.

Molti sostengono che sia più facile trovare lavoro all’estero, anche in ambito archeologico. Tuttavia io penso che, oltre ad essere difficile comunque trovarlo (anche per l’ostacolo di una lingua nuova da imparare), sia davvero un peccato che gli archeologi fuggano all’estero quando l’Italia è un paese pieno di risorse per loro, anche se non sempre sfruttate al meglio.

Spesso mi viene fatta la domanda: “Cosa studi?”, di conseguenza rispondo: “Archeologia.” Allora coloro che me l’hanno chiesto ribattono spesso con: “Bello, ma per il lavoro come farai?”.

Dopo la laurea, a dire il vero, ci sono varie possibilità (anche se spesso illusorie) per gli archeologi. Le più comuni sono:

  1. La carriera accademica, traguardo raggiungibile principalmente con un dottorato. È una carriera costosa e difficile, perché bisogna aver conseguito i precedenti titoli di laurea con voti alti, avere alle spalle un buon numero di pubblicazioni ed avere un buon progetto di ricerca.
  2. La carriera che definirei “tecnica”, traguardo raggiungibile con l’assunzione in qualche cooperativa. Per essere assunti è necessario quanto meno aver frequentato la scuola di specializzazione in archeologia, dopo la laurea, o aver conseguito qualche master molto specifico in un determinato settore dell’archeologia. Anche questa carriera è costosa, dati i prezzi dei master. Inoltre, la scuola di specializzazione diventa pressoché impossibile frequentarla lavorando, data la necessità della frequenza.

Entrambe sono due strade difficilmente percorribili, non solo per me, ma per tutti gli archeologi, anche per quelli veramente in gamba.

E spesso, per entrambe le tipologie di carriera, c’è il rischio, qualora tutto vada per il meglio e l’archeologo riesca a lavorare, di rimanere “chiuso” in una realtà locale e regionale per tutta la vita oppure sotto una sorta di “ala protettiva” di un docente in particolare. È così che si creano quelle che io definirei le “cricche” di archeologi. Ovviamente e per fortuna non sempre è così, ma questa è una realtà che rischia di rendere l’archeologia, dal mio punto di vista, sempre più chiusa ed elitaria.

Io non vorrei questo dalla mia vita. Mi piacerebbe poter essere libero. Non voglio pensare di “fare i salti mortali” e d’investire tanto denaro per rimanere tutta la vita chiuso in una gabbia, preferirei investirlo per essere libero e poter fare l’archeologo con i miei mezzi e le mie forze, senza chiudermi, ma aprendomi a quello che la materia ha da offrire ad ogni studioso, in una prospettiva internazionale e, perché no, globale. Perché, secondo me,  l’archeologia è libertà, l’archeologia è vita e “movimento”.

L’archeologo studia il rapporto fra l’uomo e l’ambiente che lo circonda nel corso della storia. L’archeologo scava fra le zolle ed usa il metodo dello scavo stratigrafico, studiando e guardando i colori dei vari strati di terra per capire la loro evoluzione nel tempo.

Scavare la terra è un lavoro faticoso, ma dona grandi emozioni. Pochi strumenti: una pala, un piccone ed una trowel, per fare grandi cose.

Archeologia è il contatto della terra e con il cielo, è un dolce matrimonio fra il lavoro fisico/manuale e la cultura.

Molti, riflettendo sull’archeologia, pensano alle grandi scoperte, come piramidi, mummie, statue, ecc.; in realtà, il più delle volte l’archeologia è fatta di piccole cose: di cocci, piatti rotti e rimasugli di ossa. Tante piccole storie di vita quotidiana, studiate per raccontare la grande storia dell’umanità.

Un archeologo porta benessere economico in ogni paese o città in cui lavora: porta turismo, lavoro e crea rapporti umani fra le varie culture, studiando gli antenati comuni fra i popoli. Crea unione di popoli e non separatismo. È una figura professionale spesso sottovalutata, ma forse, se sfruttata al meglio, potrebbe essere il futuro sia dell’economia che delle relazioni diplomatiche fra Stati.

Questo è il messaggio fondamentale che vorrei dare con il mio progetto: un messaggio di pace, in nome dell’unione dei popoli; e forse, di questi tempi, ce n’è veramente bisogno.

Ho deciso che voglio percorrere questa via. Sarà difficile, ma voglio vivere quest’esperienza. Sarà bizzarro, inusuale, forse sconsiderato, ma vorrei che il mio datore di lavoro fosse la gente, vorrei che fossero le persone a darmi uno stipendio per quello che mi piace fare, in cambio d’intrattenimento e di cultura. Questo è ciò che vorrei fare nella mia vita.

Vorrei essere un “Indiana Jones” … vivere con lo spirito dell’archeologo che viaggia per il mondo e che vive avventure straordinarie. Null’altro.